“Scusa, hai idea di dove siamo?”

“Non esattamente, ma credo che lo scoprirò presto.”

“Come non esattamente! Non ci saremo mica persi!”

 “Ma no, non proprio persi… diciamo che non sono del tutto sicuro di sapere da che parte andare.”

Nevica. Fa freddo. Sono le quattro del pomeriggio. Sta per calare il buio. Stiamo vagando per i boschi da circa tre ore. Secondo me non stiamo nemmeno seguendo un sentiero: la neve copre il terreno, ma sento troppi rami e rametti sotto i piedi.

Arranco dietro Alberto, che ha le gambe più lunghe delle mie e si porta a una decina di passi di distanza. Abbastanza vicino per accorgersi se resto indietro o se mi succede qualcosa, ma abbastanza lontano per impedirmi di gridargli quello che penso di lui. Lo odio, ma non ho abbastanza fiato per illustrargli il concetto con la dovuta intensità.

Questa mattina mi sono svegliata urlando. Avevo avuto un incubo, ma non ricordavo nulla. Solo la paura. Alberto doveva essere già in piedi da un po’: lo sentivo trafficare di sotto con la legna per il camino. Senza alzarmi dal letto ho afferrato i pantaloni e il maglione posati su una sedia lì accanto, mi sono tolta il pigiama e mi sono vestita in fretta sotto le coperte. Poi sono andata in cucina a preparare la colazione. Alberto è risalito qualche minuto dopo. Mi ha abbracciata, mi ha dato un bacio sulla punta del naso e poi ha bevuto il suo caffelatte. “Oggi ti porto a fare una passeggiata nei boschi. Qui vicino c’è un vecchio borgo abbandonato. Sarà bellissimo, vedrai.”

I profili delle alture sembravano dolci e arrotondati, ma non appena abbiamo abbandonato la strada per imboccare un sentiero in discesa il cammino si è fatto ripido. Mi sono aggrappata al ramo di un alberello che sporgeva in mezzo al sentiero e ho allungato il piede destro verso un grosso sasso per usarlo come gradino. Quando finalmente ho raggiunto un tratto più pianeggiante e ho alzato gli occhi dal terreno Alberto era già duecento metri avanti, e si stava guardando intorno.

“Alberto?”

Si è voltato. “Stai bene?”

“Benissimo.”

“E allora come mai sei ancora lì?”

“Adesso arrivo.”

“Sei caduta?”

“Non ancora.”

È risalito di corsa, sbuffando. “Avanti, dammi la mano. Se no qui facciamo notte.”

“Ma avevi detto che era vicino.”

“Per una persona normale, sì.”

“Mi stai dicendo che non sono normale?”

“Forza, cerca di sbrigarti. Più avanti diventa più facile.”

Mi è tornata in mente Laura l’estate scorsa, che saltava sugli scogli di Procinisco. Sembrava una gazzella, con quelle gambe lunghe. Alberto la seguiva più lentamente, ma con passo sicuro. Io ero ferma in cima alla scogliera a guardarli, con in mano la borsa degli asciugamani. Arrivati in fondo si tuffarono, tutti e due nello stesso istante. Dopo qualche bracciata Laura si fermò e si girò sul dorso. “Dai, Anna! Vieni anche tu! È bellissimo!”

Misurai con lo sguardo la distesa di massi che digradava verso il mare. Posai la borsa e allungai la gamba verso quello che mi sembrava il più vicino. Lo scoglio parve allontanarsi di fronte a me. Voragini minacciose si spalancarono sotto i miei occhi. Ritirai la gamba.

“No, io torno giù alla spiaggia. Ci vediamo là.” Ripresi in mano la borsa e mi incamminai lungo il sentiero. L’eco mi rimandò la voce di Alberto alle mie spalle. “Lascia perdere. Se comincia a scendere e si blocca a metà, poi tocca a me andarla a prendere.”

“Dev’essere lì.”

In fondo a un piccolo avvallamento ho intravisto il rosso di alcune tegole che spuntavano tra il biancore dei cumuli di neve.

Alberto mi ha superata e ha fatto qualche passo avanti, sprofondando nella neve fino alle ginocchia. “Mi sa che non possiamo andare oltre.”

“Lo vedo.” Quel borgo doveva essere stato ancora più piccolo del paesino dove stiamo noi, e di certo era ancora più isolato.

“Ma davvero lì ci abitava della gente?”

“Fino agli anni Cinquanta, sì. Poi c’è stata una frana. Tutti gli edifici erano pericolanti. Alla fine l’hanno abbandonato.”

Ho lanciato un’ultima occhiata alle casette semisepolte. “Perché hai voluto venire fin qui?”

“D’estate è molto bello. In effetti con tutta questa neve non si vede granché.”

Ho avuto un brivido di freddo. Mi sentivo i piedi umidi, nonostante i doposcì. Avevo le gambe indolenzite, mi facevano male le ginocchia. Mi sono voltata a guardare il ripido pendio che avevamo appena disceso.

“Sarà meglio andare, se no tra un po’ viene buio.” Di nuovo Alberto mi ha superata e ha cominciato a risalire con passo spedito. Soffocando un sospiro, l’ho seguito.

Laura non la conoscevo bene. Eravamo state compagne di banco alle elementari, poi ci eravamo perse di vista. Me l’ero ritrovata in classe l’ultimo anno del liceo. Non volevo ammetterlo, ma mi metteva un po’ di soggezione. Così alta, snella, con quella chioma di capelli color miele. Una volta eravamo in giro insieme, e avevamo fatto una corsa per prendere l’autobus. A Laura era caduta la borsa e quando l’aveva raccolta avevo visto spuntare dalla cerniera mezza aperta una scatola di preservativi. Ritardanti per lui, stimolanti per lei. A quell’epoca ero ancora vergine, e la parola “stimolanti” mi era rimasta impressa a lungo. Non avevo mai trovato il coraggio di chiedere a Laura come fosse fatto un preservativo stimolante.

La sua telefonata mi aveva colta di sorpresa.

“Avevamo prenotato questo bungalow a Peschici, sul Gargano, per due settimane. Ma quelle due cretine delle mie compagne di università mi hanno dato il bidone. Da sola non ci posso andare perché costa troppo, ma se disdico ci perdo la mia parte di caparra. Tu e Alberto mi avevate detto che cercavate un posto per fare le ferie senza spendere troppo. Vi va di venire con me?”

“Scusa, ma a te non scoccia di andare in vacanza da sola con una coppia?”

“A me? Ma figurati se mi scoccia! Alberto mi è così simpatico!”

Alberto si è fermato a un bivio. Ha guardato prima a destra e poi a sinistra. Si è seduto su un tronco caduto e si è acceso una sigaretta.

“Beh? Non avevi detto che dovevamo sbrigarci?”

“Sì, ma tu non hai più fiato.”

Mi sono seduta di fianco a lui. “Ma qui i sentieri non sono numerati?”

“Questo non è un posto per turisti.”

“Cos’hai contro i turisti?”

“Pensano che solo perché hanno pagato l’albergo allora hanno anche il diritto di andare in giro senza conoscere i posti, e di non perdersi.”

“E tu? Non ti sei mai perso?”

“No, mai.”

Ha spento la sigaretta, si è infilato in tasca il mozzicone e si è alzato. Per un attimo ha esitato, poi ha imboccato il sentiero di sinistra. Quello che avrei scelto anch’io. Non era un pensiero rassicurante.

Quando Alberto spalancò la porta del minuscolo soggiorno-cucina del bungalow, Laura era sdraiata sul divano letto ancora aperto. Teneva in mano una lattina di coca-cola, e appena ci vide la posò per terra. Le gambe lunghe, sottili e abbronzate descrissero una curva aggraziata mentre si alzava e ci veniva incontro.

“Beh? Siete già tornati?”

Alberto l’afferrò per le spalle, la fece girare e le sferrò un potente calcio nel sedere. “Stronza! Si può sapere cosa ti è saltato in mente di sparire?”

Laura si voltò di scatto, mollandogli un calcio altrettanto potente negli stinchi. “Stronzo sarai tu! Non sono sparita! Mi sono affacciata dentro il bar, ma i ghiaccioli erano finiti, così sono tornata a casa perché avevo sete.”

“Non ci sei mai entrata nel bar! Ti avrei vista!”

“Io ti ho visto, ti ho anche chiamato, ma tu non mi hai risposto! Eri troppo occupato a parlare dell’Inter con il barista!”

“Bugiarda!” Alberto alzò una mano, come se volesse mollarle una sberla.

“Basta! Si può sapere cosa vi è preso, a tutti e due?”

Alberto fece un passo indietro. Laura si voltò verso di me.

“Scusa, Anna. Mi dispiace di avervi fatto stare in pensiero. Volevo solo tornare a casa a bermi una coca-cola ghiacciata.”

“Comunque, avresti dovuto dircelo.”

Laura alzò le spalle. “Beh, io vado a farmi una doccia. A chi tocca cucinare stasera?” Entrò in bagno e chiuse la porta. Si sentì lo scroscio dell’acqua.

Guardai Alberto. “Ti sei bevuto il cervello? Ti rendi conto che le hai messo le mani addosso?”

“Hai ragione, non avrei dovuto. Però lo vedi anche tu che è stronza. E pure bugiarda. Lei in quel bar non ci è mai entrata. È impossibile che non l’abbia vista.”

“E per quale motivo avrebbe dovuto raccontare una balla del genere? Che interesse aveva?”

“Ma che ne so! È una montata. Le piace attirare l’attenzione.”

“Beh, con te ci riesce di sicuro. A quest’ora potevamo essere in spiaggia a prenderci l’ultimo sole, e invece siamo qui a prenderci a calci in culo.”

“È colpa sua, non mia.”

“È colpa di tutti e due.”

La cena fu un mortorio. Alberto tirò fuori dal freezer tre confezioni di sofficini Findus e li sbatté in padella. Né io né lui aprimmo bocca. L’unica che sembrava del tutto a suo agio era Laura, che si mise a blaterare di un tizio con cui aveva avuto una storia di sesso, e che sapeva cucinare solo uova al tegamino. Quando ebbe finito di mangiare si offrì di fare il caffè.

Mi alzai in piedi. “Io non lo bevo, grazie.”

“Come mai? Di solito ne ingoi a litri!”

“Ho un po’ di mal di testa.”

“Non stai bene?”

Mi si avvicinò e mi posò una mano sulla fronte. “Febbre non ne hai.”

“No, sono solo un po’ stressata. Mi sa che vado un po’ in camera a stendermi. Chiudo la porta, così voi potete guardare la tv.”

“Mi raccomando, se hai bisogno di qualcosa chiama.”

Entrai in camera, mi sdraiai sul letto e chiusi gli occhi. I rumori del soggiorno mi arrivavano attutiti, come un’eco lontana. A un certo punto mi parve di sentire dei passi, come se qualcuno fosse entrato in camera e si fosse avvicinato al letto, ma non ebbi la forza di aprire gli occhi.

Più tardi udii altri rumori. Il cigolio delle molle del divano. Una risata soffocata. Un mugolio. Qualcosa di morbido che cadeva a terra.

Infilai la testa sotto il cuscino. Una parte di me mi diceva che avrei dovuto alzarmi e andare a vedere. Un’altra parte di me si sentiva molto più tranquilla e al sicuro nella penombra della stanza, avvolta nel lenzuolo. Allungai un piede fuori dal letto. Era una serata calda, ma avvertii un brivido.

All’improvviso mi parve di sentire un urlo soffocato. Mi alzai di scatto e accesi la luce. Entrò Alberto. “Sei sveglia?”

“Mi è sembrato di sentire un urlo.”

“Te lo sarai sognato.”

“Cosa stavate facendo di là?”

“Stiamo guardando la videocassetta di Alien. Tanto a te non piace.”

“Magari stavolta provo a vederlo tutto. Così forse cambio idea.”

“E il mal di testa?”

“Ho dormito un po’ e mi è passato.”

In soggiorno Laura non c’era. “È andata in bagno.” La voce di Alberto si mescolò al rumore dello sciacquone.

Un cuscino del divano era a terra. Lo raccolsi e mi sedetti accanto ad Alberto. Sullo schermo del televisore un poveraccio si contorceva in preda alle convulsioni. Quando il mostro gli uscì dallo stomaco Laura uscì dal bagno. Si sedette anche lei sul divano e restammo lì, in silenzio, a guardare il film fino alla fine.

Tre giorni dopo ripartimmo per Milano.

“Allora? Si può sapere dove stiamo andando?”

“Se lo sapessi, te lo direi.”

“Sei un imbecille. Mi hai fatto scarpinare per ore solo per intravedere uno stupido paesino insignificante. E adesso non sei nemmeno più capace di riportarci indietro.”

“Sei tu l’imbecille. Ci hai messo un’ora a scendere da un sentiero che una persona normale avrebbe percorso in cinque minuti. Ero talmente impegnato a starti dietro che non ho più fatto caso a dove stavamo andando. Se tu fossi stata più veloce adesso non sarebbe così tardi.”

“Come se non lo sapessi che sono lenta. Ormai mi conosci, no?”

“Ti conosco, ma mi illudevo che saresti migliorata col tempo. Invece sei irrecuperabile. Aveva ragione Laura. Avrei dovuto…”

“Cosa c’entra Laura?”

“Niente. Lascia perdere.”

“Lascia perdere un corno! Non mi avevi detto che era una stronza e una montata, e che non la volevi più vedere?”

“Se ci fosse stata lei, qui, al tuo posto, adesso non saremmo in questa situazione.”

Mi fermo di colpo.

“Ah, sì? E allora perché non ci hai portato lei qui, invece di me? Tanto lo so benissimo che ci sei andato a letto!”

Alberto si ferma anche lui.

“Va bene, sì. Ci sono andato a letto.”

Si volta.

“E tu? Cos’hai fatto?”

Rimango zitta.

“Non hai detto una parola. Ero convinto che mi avresti preso a sberle. Che ci avresti presi a sberle tutti e due. E invece, niente. Hai fatto finta che non fosse successo niente. E lo sai perché?”

Continuo a tacere.

“Perché hai paura di tutto, ecco perché. Degli scogli, della neve. Di alzare la voce, di dire quel che pensi. Hai paura degli altri. O forse non è neanche paura, è che te ne freghi. Vuoi solo stare tranquilla nel tuo angolino, senza mai correre rischi, senza metterti in discussione. Non ti importa di niente e di nessuno. Neanche di me.”

Alberto si volta e si allontana. Dopo pochi passi non lo vedo più. Mi appoggio a un albero e chiudo gli occhi. Immagino di essere a letto, sotto le coperte, con la testa infilata sotto il cuscino. Mi lascio scivolare con la schiena lungo il tronco e mi siedo a terra. Penso a Laura, alle sue gambe lunghe. La immagino nell’atto di aprire la scatola di preservativi. Ritardanti per lui, stimolanti per lei. Due sagome si allontanano tra gli alberi. Un uomo alto, una chioma di capelli color miele.

Spalanco gli occhi. Mi alzo di scatto, raccolgo una manciata di neve e me la strofino sulla faccia. Guardo l’orologio: sono passati solo cinque minuti. Devo essermi addormentata. Sono stata un’idiota a sedermi sotto quest’albero. Faccio qualche passo. Non c’è nessuno: Alberto se n’è andato, Laura non è mai stata qui. Quello di poco fa era un incubo. Il mio incubo. Lo stesso di stanotte. Loro due che si allontanano insieme, e io che rimango indietro a guardarli.

Sono stufa di rimanere indietro. Ricomincio a camminare, nella stessa direzione in cui è scomparso Alberto. Il terreno sotto i miei piedi si fa più regolare. Ancora pochi passi e sono in cima al cocuzzolo. Sotto di me, non molto lontane, brillano delle luci. Sono quelle del paese.

Comincio a scendere con cautela, un passo dopo l’altro. Ormai è buio, ma le luci mi fanno da guida. Dopo qualche tempo ho la sensazione che una di loro si stia avvicinando. Sento un rumore di passi davanti a me. Alberto sbuca da dietro un albero, con in mano una torcia elettrica.

“Hai visto che non ci eravamo persi? Ho solo imboccato il sentiero che fa il giro più lungo. Sono andato a casa di corsa a prendere una pila e sono tornato indietro a recuperarti.”

Mi passa un braccio intorno alle spalle. Lo lascio fare, senza rispondergli. Dopo un po’ arriviamo in paese.

Il vecchio Armido ci sta aspettando sulla porta di casa nostra. “Ho mandato su la Franca a prepararvi qualcosa da mangiare.”

Quando arriviamo in cucina il fuoco nel camino è acceso, e sul tavolo apparecchiato c’è un’enorme zuppiera piena di tagliatelle al ragù. “Queste le ho fatte io, con le mie mani”, proclama la Franca, togliendosi il grembiule. “Adesso vado. Se avete bisogno di qualcosa, venite pure a bussare.” Dopo i baci, gli abbracci e i ringraziamenti di rito si infila il cappotto e se ne va.

Alberto mi riempie il piatto di tagliatelle e mi versa un bicchiere di vino. “Stai bene?”

“Sì.”

Abbassa gli occhi.

“Scusami per quello che ho detto prima. Non era vero.”

“Che cosa non era vero? Che sei andato a letto con Laura, che ho paura di tutto o che non me ne frega niente di te?”

“Che non te ne frega niente di me. Ma anche che hai paura di tutto. Alla fine ce l’hai fatta, senza il mio aiuto. Ormai eri quasi arrivata quando ti ho raggiunto.”

“Era questo che volevi? Una dimostrazione?”

“Volevo solo che reagissi.”

Mi alzo, faccio il giro del tavolo e gli mollo una sberla. Alberto non si muove.

“Eccoti servito.”

Finiamo di mangiare in silenzio.

Più tardi, sotto le coperte, mi viene a cercare. Quando lo allontano con una spinta, fa un sospiro, mi piazza un bacio non richiesto su una tempia, poi si gira su un fianco. Dopo qualche minuto lo sento russare.

Lui non lo sa ancora, ma questa è l’ultima notte che passeremo insieme.

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